Imprese e giovani sempre più distanti: cresce il divario nel mercato del lavoro

«Se per lo stesso lavoro in Germania riescono a percepire uno stipendio più alto del 75% e sanno di poter fare carriera più rapidamente, non ci pensano due volte a fare i bagagli.» Lo dice Andrea Prete, presidente di Unioncamere, e sintetizza in una frase quello che i numeri del sistema Excelsior raccontano in modo impietoso: l’Italia non ha un problema di giovani senza lavoro. Ha un problema di giovani che non ci sono o che non ci vogliono stare.

Nel 2025 la difficoltà delle imprese italiane nel reperire candidati under 30 ha raggiunto il 48 per cento, partendo dal 33,4 del 2021. In quattro anni, quasi un giovane su due cercato dal mercato del lavoro è risultato introvabile. La causa principale non è la mancanza di competenze ma la riduzione del numero di candidati disponibili. I giovani ci sarebbero, semplicemente non si candidano o “scappano” dal nostro paese.

I profili più difficili da reperire compongono una lista che rivela le contraddizioni del sistema formativo nazionale: matematici, statistici, analisti dei dati in testa, seguiti da meccanici, manutentori di automobili, agenti immobiliari e animatori turistici. Non solo lacune digitali quindi, anche i mestieri più tradizionali restano scoperti. Il filo comune è la formazione insufficiente o mal orientata. Solo uno studente su quattro sceglie lauree STEM, percentuale inferiore alla media europea, con un gap particolarmente acuto nel lavoro femminile.

Il Sud paga il prezzo più alto con l’emigrazione intellettuale verso il Centro-Nord e verso l’estero, in un doppio drenaggio che svuota i territori e indebolisce la base produttiva locale. La risposta di breve periodo indicata da Unioncamere è l’immigrazione qualificata, con i percorsi di formazione nei paesi d’origine avviati nell’ambito del Piano Mattei valutati positivamente. «Ma per ora sono poche gocce nel mare», ammette lo stesso Prete. Nel lungo periodo la risposta dovrà essere perciò strutturale, puntando su salari competitivi, prospettive di carriera credibili e soprattutto un sistema formativo che parli la lingua delle imprese. Tre condizioni che l’Italia, nel 2026, non riesce ancora a garantire insieme.

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