Il silenzio che uccide la democrazia: l’astensionismo che avvelena la politica

Le elezioni regionali in Veneto, Campania e Puglia hanno riportato al centro del dibattito un fenomeno che da anni cresce in modo costante: l’astensionismo. Oggi, di fronte alle urne, si presenta circa un elettore su due. Un dato che non può essere ignorato e che delinea uno scenario preoccupante per le implicazioni della salute democratica del Paese, dettato anche dall’individualismo crescente dell’epoca in cui viviamo.

Non votare non produce alcun beneficio concreto. Non rappresenta una forma di protesta efficace né tantomeno un gesto rivoluzionario. Al contrario, l’astensione rafforza lo status quo, chi non partecipa alle elezioni rinuncia a incidere sul sistema, lasciando che a decidere siano sempre meno persone. E un effetto collaterale spesso sottovalutato riguarda il cosiddetto voto di scambio: più cresce l’astensione, più aumentano il peso e il valore dei “pacchetti di voti”, rendendo ancora più influenti dinamiche clientelari. A rimetterci, come sempre, è la qualità della rappresentanza.

C’è poi un problema democratico più ampio. Quando una quota rilevante della popolazione rinuncia al voto, le decisioni pubbliche finiscono nelle mani di partiti sostenuti da una minoranza degli aventi diritto. È un esito perfettamente legittimo sul piano formale (chi vota decide anche per chi sceglie di non farlo) ma che indebolisce la percezione di una democrazia pienamente rappresentativa. Di fronte a questi segnali d’allarme, è lecito chiedersi se non sia il momento di intervenire. L’introduzione di sistemi di voto telematico, ad esempio, potrebbe facilitare la partecipazione, soprattutto per chi ha difficoltà logistiche o vive lontano dai seggi. Naturalmente, servirebbero garanzie assolute di sicurezza, trasparenza e tutela dei dati, ma molte democrazie occidentali stanno già sperimentando soluzioni in questa direzione.

Allo stesso tempo, ai partiti spetterebbe un compito altrettanto cruciale, quello di mettere da parte personalismi e strategie autoreferenziali per tornare a concentrarsi su temi concreti e condivisi, capaci di coinvolgere davvero i cittadini. Ridare senso e peso al voto significa soprattutto ricostruire fiducia. Fiducia e interesse i quali devono essere coltivati sin dalla giovane età. Oggi, infatti, molti ragazzi e ragazze sembrano più coinvolti da tematiche internazionali, conflitti, diritti civili globali, ambiente e geopolitica rispetto alle questioni che incidono direttamente sulla loro vita quotidiana come: lavoro, scuola, mobilità sociale, servizi e opportunità nei territori in cui vivono.

Questo apparente paradosso è il sintomo di una distanza crescente tra nuove generazioni e istituzioni nazionali, percepite spesso come immobili, poco vicine o incapaci di parlare un linguaggio comprensibile. Quando i più giovani si disinteressano della politica “di casa propria”, rinunciano a esercitare un potere reale di cambiamento e lasciano che altri, spesso molto più anziani, decidano per loro. Per questo la partecipazione deve essere stimolata attraverso percorsi educativi, iniziative nelle scuole, spazi di confronto al passo coi tempi e strumenti digitali che rendano immediato il dialogo con le istituzioni.

Sta proprio alle istituzioni e ai partiti imparare a intercettare questo bisogno, creando canali di partecipazione che risultino credibili e utili. L’astensionismo non è quindi un destino inevitabile. È un fenomeno che può essere invertito, a patto di riconoscerne la gravità e di mettere in campo soluzioni coraggiose. Perché una democrazia senza partecipazione, alla lunga, smette di essere una democrazia.

di Filippo Di Stasio